Divertirsi a Carnevale con le arance!

In giro per il mondo, nella maggior parte dei paesi cristiani, febbraio è il periodo delle feste di Carnevale. Dal famosissimo carnevale di Rio de Janeiro, ai carnevali in Germania, in questo periodo si ospita quella che di certo è la festa più divertente e giocosa dell’anno. In Italia, la tradizione di Carnevale è molto sentita, ed ogni regione con le proprie tradizioni sfoggia ogni anno una moltitudine di festeggiamenti sempre molto particolari. Dopo il conosciutissimo carnevale di Venezia, con le peculiari maschere che attraggono migliaia di turisti da tutto il mondo, il Carnevale di Ivrea è sicuramente il secondo in Italia per particolarità e valore tradizionale.

IVREA

In realtà, precisando, il carnevale di Ivrea, caratterizzato dalla battaglia delle arance, è l’unico carnevale con una struttura tanto complessa e dei fattori storici tanto importanti, presentando una vera e propria trama che ogni anno viene replicata nell’arco di una settimana.

Per capire a pieno le festività di Ivrea bisogna raccontare l’origine storica della tradizione risalente al Medioevo. Tutto cominciò quando Federico Barbarossa mise al trono della città il tiranno Ranieri di Biandrate che governò con violenza opprimendo il popolo che nel 1194 insorse distruggendo il castello, simbolo nel regno Di Biandrate. La storia si ripetette nel 1266 con il despota Guglielmo di Monferrato, a cui venne riservato lo stesso trattamento. Con gli anni ed i secoli queste due figure si unirono nell’immagine del tiranno della città. La storia racconta che il tiranno si riservasse il diritto di praticare l’usanza del “jus primae noctis”, ovvero il diritto di passare la prima notte di nozze con le spose novelle della città. Un giorno però, la figlia del mugnaio Violetta si ribellò al tiranno assassinandolo con un coltello che portava nascosto nelle vesti. Violetta mostrò in seguito la testa mozzata del tiranno dal balcone del castello, atto che scatenò l’ira del popolo che insorse distruggendo il Castello. L’insurrezione del popolo è oggi rappresentata con la simbolica Battaglia delle Arance: una rappresentazione storica con i personaggi dei soldati sui carri rappresentando gli oppressori e gli aranceri a piedi rappresentando il popolo insorgente.

Inizialmente, ogni rione (o quartiere storico) festeggiava il proprio carnevale con grande rivalità, infine nel 1808, sotto l’impero napoleonico, vennero unificati i carnevali la cui organizzazione venne data ad un gruppo di cittadini scelti. Fu da questo momento che venne adottato l’utilizzo della divisa napoleonica durante la celebrazione del Carnevale e venne introdotta la figura del Generale, seguito dall’Aiutante Capo e gli Ufficiali di Stato Maggiore. In seguito, nel 1858 il Generale venne affiancato dalla figura della Mugnaia che rappresenta lo spirito ribelle del popolo di Ivrea, e venne introdotto l’obbligo di indossare il Berretto Frigio, berretto rosso simbolo della libertà derivante dalla tradizione rivoluzionaria francese, oggi indossato per evitare di essere vittima del lancio delle arance.

La metà dell’ottocento è anche il periodo al quale risale la tradizione del lancio delle arance, inizialmente fatto dai balconi sui passanti e viceversa. Con il tempo quest’usanza si trasformò in una vera e propria guerriglia urbana che le autorità non riuscirono mai a reprimere. Fu negli anni 1950 che la Battaglia assunse la sua moderna organizzazione composta da diverse squadre di lanciatori di arance a piedi combattendo contro le squadre sui carri trainati da cavalli. Il Carnevale di Ivrea è una vera pe propria manifestazione popolare che celebra le radici e la storia della città di Ivrea, il quale comune supporta interamente il costo della celebrazione, inclusa la quantità di arance che ammonta intorno ai 3.6000 quintali.

Una delle grandi particolarità delle celebrazioni di Ivrea, oltre alla Battaglia delle Arance, è l’importanza a definizione della moltitudine dei caratteri del Carnevale. La Mugnaia è sicuramente la figura più carismatica, rappresentante dello spirito ribelle del popolo. La storia racconta che sotto il regno di Ranieri di Biandrante la giovane mugnaia Violetta avesse promesso allo sposo che non avrebbe accettato di sottoporsi alla “jus primae noctis”, e quando dovette presentarsi al marchese usò un pugnale che aveva nascosto nell’abito per ucciderlo e decapitargli la testa che mostrò inseguito al popolo. Quel gesto eroico fu il segnale per l’inizio della rivolta che portò alla distruzione del Castello che non fu mai più ricostruito, e Violetta divenne la giovane che liberò il popolo. Ma siccome dietro ad ogni leggenda si nasconde un po’ di verità, pare che ad Ivrea sia davvero avvenuta una rivolta, anche se probabilmente scaturita dall’aumento delle tasse sul macinato.

Inseguito c’è la figura del Generale e lo Stato Maggiore, che risalgono e rappresentano il periodo napoleonico della città. Il Prefetto, preoccupato con la sicurezza della popolazione durante la Battaglia, decise di stabilire lo Stato Maggiore che si occupa dell’organizzazione del Carnevale.  Affiancati a queste personalità ci sono il Podestà, capo della città per il tempo del Carnevale, che viene eletto dal consiglio dei Credendari. Seguendo la tradizione, durante i giorni di Carnevale il sindaco della città conferisce tutti i suoi poteri allo Stato Maggiore che governa la città fino al finire delle celebrazioni. Oggi questo passaggio di poteri è puramente simbolico ma ancora esistente. Sempre parte del “governo carnevalesco”, appare il Sostituto Gran Cancelliere il quale registra tutte le cerimonie del Carnevale. Il podestà inscena la presa del castello attraverso la cerimonia in cui vengono lanciati nel fiume dei frammenti del “Castellazzo”. Un’altra figura caratteristica del carnevale sono gli Abbà, dieci bambini in colorati costumi del rinascimento che rappresentano le cinque parrocchie di Ivrea e sfoggiano uno spadino su cui viene infilzata un’arancia, un richiamo alla testa mozzata del tiranno. Il martedì grasso sono gli Abbà ad accendere il fantoccio simboleggiando il despota.

Durante la celebrazione si possono apprezzare anche la sfilata dei pifferi e dei tamburi, colonna sonora delle feste, accompagnati dagli Alfieri che aprono la Marcia di Carnevale di Ivrea, portando le bandiere delle varie parrocchie della città. Queste tradizione fu quasi persa nel tempo, ma nella fine degli anni 1990, un gruppo di giovani decise di ravvivare questa tradizione reintroducendo quello che oggi è uno spettacolo notevole.

La celebrazione del Carnevale segue una rigida programmazione i cui giorni variano ogni anno. Quest’anno le celebrazioni cominciano domenica 28 gennaio con le Fagiolate di Bellavista e San Giovanni, il simbolico passaggio del Libro dei Verbali del Gran Cancelliere al nuovo Cancelliere, e la sfilata del Corteo Storico. In seguito, dalla domenica 4 a mercoledì 14 la città di Ivrea ospiterà un susseguirsi di varie celebrazioni che terminano con una Battaglia di Arance di tre giorni (11,12 e 13 febbraio). Per via della grande quantità di partecipanti che questa famosa battaglia attrae, oggi ci sono liste a numero chiuso alle quali bisogna iscriversi per poter far parte delle squadre. Alla fine della Battaglia, una squadra viene nominata vincitrice in base a tattica, spirito di squadra a rappresentazione della vitalità della città. I combattenti della Battaglia condivido un tacito accordo di spirito di fratellanza, sportività e “non violenza”, ovvero ricordando che l’intendo della celebrazione è il divertimento e non di ferire l’avversario.

Dunque, se mai vi trovate nelle vicinanze di Ivrea nel periodo di Carnevale, vi consigliamo vivamente di prendere parte a questa celebrazione unica al mondo per la sua complessità storica e per la sua vivacità, e non vi preoccupate, gli spettatori sono debitamente “protetti” da reti metalliche ai lati delle strade.

Per dettagli specifici sui vari giorni del Carnevale, consultare la guida di Torino. https://www.guidatorino.com/lo-storico-carnevale-di-ivrea-e-la-battaglia-delle-arance/

A cura di Sophie Pizzimenti dall’Italia

Vanto italiano, evocatore di storie, piacere antico dal sapore ammaliante: il vino.

Cosa sappiamo realmente sul vino? Esiste una relazione tra letteratura, arte e vino? Semplice bevanda o come esperienza sensoriale?

Le sue sono talmente tanto antiche da affondare nella leggenda. Alcune di esse fanno risalire l’origine della vite sino ad Adamo ed Eva, affermando che il frutto proibito del Paradiso terrestre fosse la succulenta Uva e non l’anonima Mela. Altre raccontano di Noè che avendo inventato il Vino pensò bene di salvare la Vite dal diluvio universale riservandole un posto sicuro nella sua Arca.

Di sicuro, già seimila anni fa, i Sumeri ne simboleggiavano con una foglia di vite l’esistenza umana e, sui bassorilievi assiri con scene di banchetto, venivano rappresentati schiavi che attingevano il vino da grandi crateri e lo servivano ai commensali in coppe ricolme. I primi documenti riguardanti la coltivazione della vite risalgono invece al 1700 a.C., ma è solo con la civiltà egizia che si ha lo sviluppo delle coltivazioni e di conseguenza la produzione del vino. Gli Egizi stessi furono, infatti, maestri e depositari delle tecniche enologiche. Con la cura e la precisione che li distingueva, tenevano registrazioni accurate di tutte le fasi del processo produttivo, dal lavoro in vigna alla conservazione. In Europa il vino entrò per opera dei Greci e dei Fenici e con l’Impero Romano si diede un ulteriore impulso alla produzione del vino, che passò dall’essere un prodotto elitario a divenire una bevanda di uso quotidiano. I più celebri scrittori non lesinavano inchiostro per elargire i propri giudizi e decantare le virtù dei vini a loro più graditi. Si scrisse tanto sul vino che oggi non è difficile ricostruire una mappa vinicola della penisola al tempo dei Cesari. Nell’Antica Roma, si usava bere il vino diluito e anziché berlo puro (come invece sosteneva Plinio) e ciò probabilmente per restare un po’ più sobri, per questa ragione lo allungavano con l’acqua. Tuttavia, il galateo imponeva di non ubricarsi; i servi allora somministravano un disgustoso miscuglio mettendo insieme mandorle tritate, cavolo crudo e polmone di capra. Il malcapitato ospite, bevendo tale “bevanda” rimetteva e si liberava in tal modo di cibo e vino ingerito.

Nel tempo comunque, molti poeti, scrittori ed artisti hanno celebrato e osannato il vino. Molti ne hanno tratto l’ispirazione nel sostenere e nell’esaltare la loro creatività; altri, incantati,  hanno scelto di decantare il piacere del nettare di Bacco: da Aristofane a Catullo, da Dante a Manzoni, Leopardi, D’Annunzio, Pascoli e Carducci, etc. Esiste un intenso legame fra lettaratura e vino.
Dalla sua nascita fino al 700, il vino aveva simboleggiato un efficace mezzo per elevarsi nella società. Simbolo di prestigio socio-economico, il vino offriva l’opportunità di cogliere le sue proprietà estremamente loquaci: grazie ad esse infatti venivano sostenuti grandi dibattiti politici, filosofici, religiosi e costituiti essenziali piani bellici.

Con l’800 invece si aprì per la letteratura una nuova finestra, un nuovo mondo dove lo scrittore aveva il compito di indagare le profondità dell’animo umano che spesso si affidava ai poteri dell’alcool, buona traccia da seguire per gettare un po’ di luce sull’uso che si fa del vino dell’incoscio. Fra i poeti che fanno del vino un soggetto per un’opera, non si può non menzionare Baudelaire che parlerà del vino in numerose poesie, raccolte nell’omonima sezione Le feurs du mal (1868). Secondo lo scrittore, il vino non è semplicemente una bevanda, ma possiede un’anima in grado di adattarsi alle più svariate esigenze. Al contrario, la letteratura italiana dell’800 non vede autori che si siano cimentati direttamente nell’analisi dell’alcool, ma posso citarne alcuni di fine Ottocento, come Giosuè Carducci che inneggiava alla salute brindando con quel vino che per l’epoca era diventato d’uso comune non solo per i nobili ma anche per la borghesia
” Mescete o amici, il vino. Il vin fremente/ scuota da i molli nerrvi ogni torpor, purghi le nubi dell’afflitta mente, affoghi il tedio accidioso in cor!” o Giovanni Pascoli , la cui cantina era notoriamente ben fornita e visitata assiduamente in cerca di ispirazione:

TRE GRAPPOLI
Ha tre, Giacinto, grappoli la vite.grappoli
Bevi del primo il limpido piacere;
bevi dell’altro l’oblio breve e mite;
e… più non bere:
ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto
nel nero sonno vigila, da un canto,
sappi, il dolore; e alto grida un muto
pianto già pianto.
(da Myricae)

bacco-michelandelo

Anche Michelangelo Buonarroti, in ambito artistico, ci mostra il suo interesse per il vino attraverso una spledida scultura in marmo che rappresenta il dio Bacco.
(Bacco, 1469 – 1497, Firenze, Museo Nazionale del Bargello).

Ed oggi, quanto conosciamo il vino e quale importanza gli diamo?
Indubbiamente, è aumentato l’interesse nei confronti di questa bevanda che non è più ristretto ai soli intenditori o ai professionisti del settore ma vede un’attenzione diffusa anche fra  i giovani; una nuova realtà dove la cultura enologica si espande, raggiungendo un maggior numero di persone, seppur superficialmente. Conoscere ciò che si beve, le tipologie di vini in commercio, gli accostamenti gastronomici giusti attraverso semplici ma utili nozioni di base sono di fondo le ragioni. Tale fenomeno è da ricondursi anche ad un sempre pìu diffuso uso dei new media e della applicazioni per smartphone (a tal proposito, vi segnalo Vivino; una app. adatta a coloro che intendono bere un buon bicchiere di vino pur non avendo conoscenze specifiche in materia) che aiutano il consumatore inesperto ad orientarsi rapidamente nel mondo enologico.

E numeri alla mano, i vini del Belpaese sono noti ed apprezzati in ogni angolo del pianeta, sia per la loro varietà che, soprattutto, per la loro enorme quantità. Una vera e propria tradizione che, come abbiamo visto, pone le proprie radici in grande profondità nel tempo e che ha permesso all’Italia di acquisire, in questo settore, un prestigio a dir poco invidiabile, per non dire unico. L’Italia infatti si conferma primo produttore mondiale di vino con 48,5 milioni di ettolitri stimati per la vendemmia 2016. Queste le stime di Unione Italiana Vini (Uiv) e Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) presentate al Ministero delle Politiche Agricole. Rispetto al 2015, anno record per i volumi del settore vitivinicolo italiano (49,3 milioni di ettolitri), le previsioni Ismea registrano un calo del 2%, dato che permette comunque di consolidare la posizione dell’Italia come massimo produttore mondiale, davanti a Francia (42,9 milioni di ettolitri, -10% sul 2015), Spagna (42-43 milioni, stabile), Germania (9 milioni, stabile) e Portogallo (5,6 milioni, -20%).
Un vanto per noi italiani, espressione delle eccellenze del bel paese.

Come approfondimento, leggi anche:
10 curiosità sul mondo del vino

1) In Italia il vino viene prodotto dagli antichi Greci dal lontano 1000 a.C.
2) La prima Docg italiana é stata assegnata al Vino Nobile di Montepulciano
3) L’Italia produce 43,3 milioni di ettolitri di vino l’anno, quantitâ capace di riempire 1925 piscine olimpioniche.
4) Il paese in cui si beve più vino al mondo è il Vaticano.
5) Un tappo di Champagne puo’ raggiungere velocitá fino a 106 km/h.
6) Appoggiare il cucchiaino nella bottiglia di spumante, per mantenerne la freschezza delle bollicine, non serve a niente, se non a farvi dover lavare un cucchiaino in più.
7) Da uva a bacca rossa si puó produrre vino bianco.
8) Il Cabernet Sauvignon é la varietá di uva da vino piú coltivata al mondo.
9) Il vigneto piú alto d’Europa si trova in Italia, a Cortina d’Ampezzo, ad un’altezza di 1350 metri sopra il livello del mare.
10) Le bottiglie di vino sono da 75 centilitri perché questa era l’unità di misura utilizzata dagli inglesi che misuravano il volume in galloni imperiali. Ogni gallone valeva 4,5 litri. Ogni cassa di vino conteneva 2 galloni, che divisa in 12 bottiglie dà come risultato 75 centilitri ognuna. Sempre ad essi bisogna ricondurre anche la fabbricazione della prima

“Tu vuò fa l’americano”, intreccio armonico di storia e musica.

Era il 1956, quando Renato Carosone e Nicola Salerno (in arte Nisa), scrissero questa canzone. In un quarto d’ora circa, l’autore creò la musica di “Tu vuò fa l’americano”, realizzando un boogie-woogie nato dalla fusione di swing e jazz. Carosone era sicuro che il brano avrebbe ottenuto un grande successo, e infatti, una volta pubblicato il brano dalla casa discografica Pathé su 45 giri, raggiunse la fama internazionale.

CarosoneL’enorme successo che ebbero è la migliore testimonianza dell’impatto che ebbe l’arrivo degli americani sulla cultura e le abitudini di vita degli italiani e in particolare dei napoletani. Subito dopo le Quattro Giornate (episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale i civili riuscirono a liberare la città di Napoli dall’occupazione delle forze armate tedesche) iniziò per la citta l’occupazione delle truppe americane alleate, che ne gestirono la vita oltre la fine della guerra. La loro presenza divise l’opinione pubblica che in parte li accolse con entusiasmo, vedendoli come garanti dell’ incolumità, ma dall’altra rifiutò di considerarli dei liberatori a causa dei terribili bombardamenti con i quali avevano distrutto la città. A Napoli, sventrata e abbandonata da intere famiglie in fuga nelle campagne,  erano rimasti i rassegnati, gli indifferenti, i fascisti, e i disperati. Furono questi ultimi a ribellarsi, a passare dalla disperazione all’esasperazione per i soprusi nazisti, dopo l’occupazione della città e a segnare indelibilmente la storia della città.
Senza dubbio, si può dire che la presenza degli americani in Italia negli anni 40/50/60, esercitò un’ influenza forte sulla produzione artistica del paese, non solo in ambito musicale (vedi sopra) ma anche cinematografico (vd. Un americano a Roma, interpretato da Alberto Sordi o Paisà di Roberto Rossellini).

Nella canzone si dipinge infatti un giovane che cerca in ogni modo di sembrare un americano, sia nell’abbigliamento che nei gesti e il linguaggio. Indossa un pantalone con lo stemma della fabbrica, probabilmente un jeans, che all’epoca si andavano a comprare a Resina, dove venivano dirottate le balle di vestiti che arrivavano come aiuti di guerra dall’America. Anche il berretto con la visiera alzata era nello stile americano. Il giovane cerca di imitare i suoi idoli anche nel modo di camminare per via Toledo, cercando di farsi notare da chi incrocia. Anche se non gli piace, beve whisky and soda, balla il rock and roll, gioca a baseball e fuma sigarette Camel. Ma tutto questo lo fa solo con i soldi della madre. La sua infatuazione lo porta al punto di usare l’inglese per dire alla sua ragazza di amarla.

TESTO ORIGINALE IN NAPOLETANO

Puorte ‘e cazune cu nu stemma arreto…
na cuppulella cu ‘a visiera aizata…
passa scampanianno pe’ Tuleto
comm’a nu guappo, pe’ se fa’ guarda’…
Tu vuo’ fa’ ll’americano
mericano, mericano…
sient’a mme chi t’ ‘o ffa fa’?
tu vuoi vivere alla moda,
ma se bevi “whisky and soda”
po’ te siente ‘e disturba’…
Tu abball’ o’ rocchenroll
tu giochi a baisiboll…
ma e solde p’ e’ Ccamel
chi te li dà?
la borsetta di mammà!?

Tu vuo’ fa’ ll’americano
mericano, mericano…
ma si’ nato in Italy!
sient’ a mme: nun ce sta niente ‘a fa’
ok, napulitan!
tu vuo’ fa’ ll’american
tu vuo’ fa’ ll’american!

Come te po’ capi’ chi te vo’ bbene
si tu lle parle miezo americano?
quanno se fa ll’ammore sott’ ‘a luna
comme te vene ‘ncapa ‘e di’ “I love
you”?

Tu vuo’ fa’ ll’americano
mericano, mericano…
ma si’ nato in Italy!
sient’ a mme: nun ce sta niente ‘a fa’
ok, napulitan!
tu vuo’ fa’ ll’american
tu vuo’ fa’ ll’american!
…whisky soda e rock and roll

TRADUZIONE IN ITALIANO

Porti i calzoni con uno stemma dietro
una coppola con la visiera alzata
passi scampanando per Toledo
come un guappo per farti guardare
Tu vuoi fare l’americano,
mericano, mericano,
stammi a sentire: chi te lo fa fare?
Tu vuoi vivere alla moda,
ma se bevi “whisky and soda”
poi ti senti male!
Tu balli il rock and roll,
tu giochi a baseball,
ma i soldi per le Camel
chi te li dà?
La borsetta di mammà!?

Tu vuoi fare l’americano,
mericano, mericano,
ma sei nato in Italy,
stammi a sentire: non c’è niente da fare
ok napoletano!
Tu vuoi fare l’american,
Tu vuoi fare l’american!

Come ti può capire chi ti vuole bene
se tu le parli mezzo americano?
Quando si fa l’amore sotto la luna
come ti viene in mente di dire “I love you”?

Tu vuoi fare l’americano,
mericano, mericano,
ma sei nato in Italy,
stammi a sentire: non c’è niente da fare
ok napoletano!
Tu vuoi fare l’american,
Tu vuoi fare l’american!
…whisky soda e rock and roll