Vanto italiano, evocatore di storie, piacere antico dal sapore ammaliante: il vino.

Cosa sappiamo realmente sul vino? Esiste una relazione tra letteratura, arte e vino? Semplice bevanda o come esperienza sensoriale?

Le sue sono talmente tanto antiche da affondare nella leggenda. Alcune di esse fanno risalire l’origine della vite sino ad Adamo ed Eva, affermando che il frutto proibito del Paradiso terrestre fosse la succulenta Uva e non l’anonima Mela. Altre raccontano di Noè che avendo inventato il Vino pensò bene di salvare la Vite dal diluvio universale riservandole un posto sicuro nella sua Arca.

Di sicuro, già seimila anni fa, i Sumeri ne simboleggiavano con una foglia di vite l’esistenza umana e, sui bassorilievi assiri con scene di banchetto, venivano rappresentati schiavi che attingevano il vino da grandi crateri e lo servivano ai commensali in coppe ricolme. I primi documenti riguardanti la coltivazione della vite risalgono invece al 1700 a.C., ma è solo con la civiltà egizia che si ha lo sviluppo delle coltivazioni e di conseguenza la produzione del vino. Gli Egizi stessi furono, infatti, maestri e depositari delle tecniche enologiche. Con la cura e la precisione che li distingueva, tenevano registrazioni accurate di tutte le fasi del processo produttivo, dal lavoro in vigna alla conservazione. In Europa il vino entrò per opera dei Greci e dei Fenici e con l’Impero Romano si diede un ulteriore impulso alla produzione del vino, che passò dall’essere un prodotto elitario a divenire una bevanda di uso quotidiano. I più celebri scrittori non lesinavano inchiostro per elargire i propri giudizi e decantare le virtù dei vini a loro più graditi. Si scrisse tanto sul vino che oggi non è difficile ricostruire una mappa vinicola della penisola al tempo dei Cesari. Nell’Antica Roma, si usava bere il vino diluito e anziché berlo puro (come invece sosteneva Plinio) e ciò probabilmente per restare un po’ più sobri, per questa ragione lo allungavano con l’acqua. Tuttavia, il galateo imponeva di non ubricarsi; i servi allora somministravano un disgustoso miscuglio mettendo insieme mandorle tritate, cavolo crudo e polmone di capra. Il malcapitato ospite, bevendo tale “bevanda” rimetteva e si liberava in tal modo di cibo e vino ingerito.

Nel tempo comunque, molti poeti, scrittori ed artisti hanno celebrato e osannato il vino. Molti ne hanno tratto l’ispirazione nel sostenere e nell’esaltare la loro creatività; altri, incantati,  hanno scelto di decantare il piacere del nettare di Bacco: da Aristofane a Catullo, da Dante a Manzoni, Leopardi, D’Annunzio, Pascoli e Carducci, etc. Esiste un intenso legame fra lettaratura e vino.
Dalla sua nascita fino al 700, il vino aveva simboleggiato un efficace mezzo per elevarsi nella società. Simbolo di prestigio socio-economico, il vino offriva l’opportunità di cogliere le sue proprietà estremamente loquaci: grazie ad esse infatti venivano sostenuti grandi dibattiti politici, filosofici, religiosi e costituiti essenziali piani bellici.

Con l’800 invece si aprì per la letteratura una nuova finestra, un nuovo mondo dove lo scrittore aveva il compito di indagare le profondità dell’animo umano che spesso si affidava ai poteri dell’alcool, buona traccia da seguire per gettare un po’ di luce sull’uso che si fa del vino dell’incoscio. Fra i poeti che fanno del vino un soggetto per un’opera, non si può non menzionare Baudelaire che parlerà del vino in numerose poesie, raccolte nell’omonima sezione Le feurs du mal (1868). Secondo lo scrittore, il vino non è semplicemente una bevanda, ma possiede un’anima in grado di adattarsi alle più svariate esigenze. Al contrario, la letteratura italiana dell’800 non vede autori che si siano cimentati direttamente nell’analisi dell’alcool, ma posso citarne alcuni di fine Ottocento, come Giosuè Carducci che inneggiava alla salute brindando con quel vino che per l’epoca era diventato d’uso comune non solo per i nobili ma anche per la borghesia
” Mescete o amici, il vino. Il vin fremente/ scuota da i molli nerrvi ogni torpor, purghi le nubi dell’afflitta mente, affoghi il tedio accidioso in cor!” o Giovanni Pascoli , la cui cantina era notoriamente ben fornita e visitata assiduamente in cerca di ispirazione:

TRE GRAPPOLI
Ha tre, Giacinto, grappoli la vite.grappoli
Bevi del primo il limpido piacere;
bevi dell’altro l’oblio breve e mite;
e… più non bere:
ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto
nel nero sonno vigila, da un canto,
sappi, il dolore; e alto grida un muto
pianto già pianto.
(da Myricae)

bacco-michelandelo

Anche Michelangelo Buonarroti, in ambito artistico, ci mostra il suo interesse per il vino attraverso una spledida scultura in marmo che rappresenta il dio Bacco.
(Bacco, 1469 – 1497, Firenze, Museo Nazionale del Bargello).

Ed oggi, quanto conosciamo il vino e quale importanza gli diamo?
Indubbiamente, è aumentato l’interesse nei confronti di questa bevanda che non è più ristretto ai soli intenditori o ai professionisti del settore ma vede un’attenzione diffusa anche fra  i giovani; una nuova realtà dove la cultura enologica si espande, raggiungendo un maggior numero di persone, seppur superficialmente. Conoscere ciò che si beve, le tipologie di vini in commercio, gli accostamenti gastronomici giusti attraverso semplici ma utili nozioni di base sono di fondo le ragioni. Tale fenomeno è da ricondursi anche ad un sempre pìu diffuso uso dei new media e della applicazioni per smartphone (a tal proposito, vi segnalo Vivino; una app. adatta a coloro che intendono bere un buon bicchiere di vino pur non avendo conoscenze specifiche in materia) che aiutano il consumatore inesperto ad orientarsi rapidamente nel mondo enologico.

E numeri alla mano, i vini del Belpaese sono noti ed apprezzati in ogni angolo del pianeta, sia per la loro varietà che, soprattutto, per la loro enorme quantità. Una vera e propria tradizione che, come abbiamo visto, pone le proprie radici in grande profondità nel tempo e che ha permesso all’Italia di acquisire, in questo settore, un prestigio a dir poco invidiabile, per non dire unico. L’Italia infatti si conferma primo produttore mondiale di vino con 48,5 milioni di ettolitri stimati per la vendemmia 2016. Queste le stime di Unione Italiana Vini (Uiv) e Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) presentate al Ministero delle Politiche Agricole. Rispetto al 2015, anno record per i volumi del settore vitivinicolo italiano (49,3 milioni di ettolitri), le previsioni Ismea registrano un calo del 2%, dato che permette comunque di consolidare la posizione dell’Italia come massimo produttore mondiale, davanti a Francia (42,9 milioni di ettolitri, -10% sul 2015), Spagna (42-43 milioni, stabile), Germania (9 milioni, stabile) e Portogallo (5,6 milioni, -20%).
Un vanto per noi italiani, espressione delle eccellenze del bel paese.

Come approfondimento, leggi anche:
10 curiosità sul mondo del vino

1) In Italia il vino viene prodotto dagli antichi Greci dal lontano 1000 a.C.
2) La prima Docg italiana é stata assegnata al Vino Nobile di Montepulciano
3) L’Italia produce 43,3 milioni di ettolitri di vino l’anno, quantitâ capace di riempire 1925 piscine olimpioniche.
4) Il paese in cui si beve più vino al mondo è il Vaticano.
5) Un tappo di Champagne puo’ raggiungere velocitá fino a 106 km/h.
6) Appoggiare il cucchiaino nella bottiglia di spumante, per mantenerne la freschezza delle bollicine, non serve a niente, se non a farvi dover lavare un cucchiaino in più.
7) Da uva a bacca rossa si puó produrre vino bianco.
8) Il Cabernet Sauvignon é la varietá di uva da vino piú coltivata al mondo.
9) Il vigneto piú alto d’Europa si trova in Italia, a Cortina d’Ampezzo, ad un’altezza di 1350 metri sopra il livello del mare.
10) Le bottiglie di vino sono da 75 centilitri perché questa era l’unità di misura utilizzata dagli inglesi che misuravano il volume in galloni imperiali. Ogni gallone valeva 4,5 litri. Ogni cassa di vino conteneva 2 galloni, che divisa in 12 bottiglie dà come risultato 75 centilitri ognuna. Sempre ad essi bisogna ricondurre anche la fabbricazione della prima

Entrevista a William Soares dos Santos: trajetórias e percursos com o italiano.

rarefeitoWilliam Soares dos Santos (Rio de Janeiro, 1972) é Professor de Didática e Prática de Ensino de Português e Italiano da  UFRJ, tradutor do italiano e escritor, deixou uma entrevista para o blog de Partenope com preciosíssimas observações, dicas e curiosidades para todos os que quiserem se aproximar ao estudo do italiano. Viajaremos com ele desde o início da sua “relação com o italiano” , seguindo a interessante trajetória da sua carreira universitária. 
 
William revelou também palavra italiana favorita dele.
Quer saber? Leia até o final e fale para a gente qual a sua!

D: Como aconteceu seu primeiro contato com o italiano e a cultura do Bel Paese?

R: Antes de qualquer coisa, eu gostaria de agradecer o convite para participar de seu blog. Sou admirador de seu trabalho de educadoras e me sinto feliz por contribuir com todas as formas positivas de divulgação das línguas e culturas italianas. Gostaria de parabenizá-las e desejar longa vida e muito sucesso a todo o projeto Partenope, que não se resume ao Blog, mas que constitui um sistema abrangente de formação linguístico-cultural de línguas e culturas italianas voltado para o público brasileiro.

O meu contato com a italianidade vem, digamos, de tempos ancestrais. A minha família materna vem da região da cidade de Castelo, no Espírito Santo, uma cidade profundamente marcada pela imigração italiana. Embora meus avós maternos tenham outras origens (meu avó paterno era de origem indígena e a minha avó materna era filha de portugueses da Ilha da Madeira), eles foram profundamente afetados pela cultura italiana presente na região, sobretudo no que diz respeito à culinária e às formas de interação social (comércio, religião, etc.). Eles, inclusive, casaram dois de seus filhos com descendentes de italianos. Ou seja, eu tive tias de origem italiana e que, de algum modo, transpassavam essa cultura em suas vidas.

D: Porque e quando decidiu investir no italiano como percurso de formação? 

R: Embora a experiência familiar tenha sido importante, ela não necessariamente indica um percurso de formação. Sempre fui atraído por literatura e na hora de decidir o que estudar no ensino superior, optei pelo curso de Letras, sendo aceito para o curso de Letras da UFRJ. Mas não entrei logo para o italiano. Inicialmente, fui cursar língua alemã por admirar e desejar ler os originais das obras de escritores como Herman Hesse, de quem, em minha juventude, fui grande admirador.

A língua italiana (res)surgiu a partir de uma percepção e de um encontro. Em relação à primeira, à medida que avançava em meus estudos na universidade, fui percebendo o quão importantes eram os escritores e movimentos literários italianos para o desenvolvimento da literatura do ocidente.

Em relação ao encontro, este se refere a eu ter conhecido na época o professor, escritor (e hoje acadêmico da Academia Brasileira de Letras) Marco Lucchesi. Fiz um curso optativo com ele sobre literatura italiana e, ao final,  decidi mudar de curso. Era o início da década de noventa, ele era um dos professores mais jovens de seu tempo, com um preparo excepcional e encarregado de ministrar várias disciplinas do curso de italiano. Além de seu enorme conhecimento, ele era um professor muito humano, ensinando generosamente a todos ao seu redor e profundamente apaixonado pela cultura italiana. Fui contagiado por sua motivação e, depois, já como estudante do curso de italiano, tive a oportunidade a alegria de ter sido seu aluno em várias ocasiões.

No curso, tive contato com outros grandes professores que influenciaram o meu percurso. Um deles, foi a professora Caterina Barone, que, devido ao meu bom desempenho em seu curso, me indicou para concorrer a uma bolsa de estudos na ACIB, uma associação de ensino de italiano que existia à época, subvencionada pelo governo italiano. Consegui a bolsa e pude fundamentar ali os conhecimentos desenvolvidos na faculdade e estudar com professores italianos, o que foi uma grande oportunidade para mim.

Outra experiência importante que não posso deixar de mencionar foi a oportunidade de, ainda na Universidade, trabalhar como professor-monitor do CLAC (curso de línguas abertos à comunidade). Lá fui orientado por dois grandes italianistas brasileiros, os professores Carlos Sobral e Annita Gullo. Essa experiência fortaleceu os meus vínculos com a Didática e influenciou profundamente o caminho profissional que eu seguiria posteriormente.

D: Foi suficiente estudar no Brasil ou chegou um momento em que também foi necessário ir para a Itália?

Bom, antes de qualquer coisa, devemos considerar que o estudo nunca é suficiente ou terminado. Estamos sempre aprendendo e refinando os nossos conhecimentos, especialmente em se tratando daqueles que envolvem o universo linguístico de uma língua tão “elástica” quanto o italiano. Ainda tenho muito a aprender e sempre me considero um brasileiro que fala italiano. Pensemos, ainda que qualquer idioma, está sempre em mudança.

R: Grande parte da minha formação se deu mesmo no Brasil. Chegou um período, no entanto, que eu senti a necessidade de estudar na Itália. Eu já era professor universitário e, em um dado momento, me vi responsável por uma turma em que havia estudantes que tinham morado na Itália por um  bom tempo, além disso havia filhos de italianos e até mesmo um italiano. A experiência do curso foi muito positiva, mas comecei a me cobrar mais, o que me levou a buscar ampliar meus horizontes.

Depois de ter feito um exame de proficiência, fui aprovado para fazer um curso voltado para professores de italiano na Università per Stranieri di Perugia.

D: Como foi a sua experiência de estudo lá? O que guarda com mais carinho entre as lembranças da Bella vita?

R: O curso era muito intenso. Havia uma escala precisa de aulas que, geralmente, começavam entre oito e dez da manhã e terminavam entre cinco e oito da noite, dependendo do dia.

O que guardo com mais carinho é o meu contato com as pessoas. Seja com alunos, professores ou gente comum da cidade como, por exemplo, um padeiro que conheci na cidade e com o qual eu conversava bastante. Ele adorava música brasileira e me apresentou a uma de suas especialidades, a maravilhosa e inesquecível “crostata di visciole”, uma das especialidades de sua loja. Eu iria à Perugia apenas para comer um pedaço dessa guloseima.

D: Quanto à vida acadêmica, pareceu-lhe muito diferente da do Brasil? Se, sim em que aspecto?

Ressalto que o que vou dizer a seguir é uma impressão geral de minha experiência e que a mesma pode não refletir diferentes realidades acadêmicas no Brasil ou na Itália. Em primeiro lugar, acho que na Itália a cobrança por parte dos professores e da instituição é maior, o que leva os estudantes a se esforçarem mais. Porque sabem que, se não obtiverem o resultado esperado, eles serão reprovados. Acredito que precisamos retomar urgentemente uma cultura de valorização do esforço do estudante no Brasil.

Outro elemento importante que pude desenvolver em minha estadia em Perugia é a percepção de que no Brasil, precisamos urgentemente avançar as nossas relações com a Itália por tudo que uma troca entre ambos os países pode nos oferecer. Em Perugia eu tive a prova da urgência dessa necessidade. Depois de constatar que mais de sessenta por cento dos estudantes, naquela ocasião, eram de origem asiática, fiquei me perguntando porque eles estudavam italiano se (como pude também constatar posteriormente), grande parte deles não seria professor de italiano.

Descobri que eles estudam o italiano para acessarem outros saberes (tecnológicos, agrários, de design, de perfumaria, etc.) que se encontram altamente avançados na Itália. Nesses casos, a língua é só o começo, uma ferramenta importante de acesso. Eu me perguntava porque famílias das classes médias e altas no oriente investiam tanto para que seus filhos estivessem na Itália e descobri que eles estavam na Itália ganhando conhecimento e expertise para retornar aos seus países. Mas no Brasil, na maioria das vezes, ainda somos muito deslumbrados com países de matriz anglo-saxã e nos esquecemos o que países de origem latina, como a Itália, pode nos oferecer.

D: Que projeto de doutorado desenvolveu? Pode explicar um pouquinho?

R:Desenvolvi o meu doutorado em Estudos da Linguagem na Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro – PUC-Rio. Na época trabalhei com o estudo de narrativas em contextos específicos. Hoje eu utilizo o mesmo referencial teórico desenvolvido no meu doutorado para investigar narrativas no contexto educacional, mais particularmente, no ensino e aprendizagem de línguas estrangeiras.

D: E agora o que você faz?

R: Atualmente, sou responsável pelas disciplinas de Didática de Português e Italiano e Prática de Ensino de Português e Italiano na Faculdade de Educação da Universidade Federal do Rio de Janeiro (UFRJ). Há três anos atuo, também, como coordenador das disciplinas de formação pedagógica dos cursos de licenciatura para toda a universidade.

D: Qual o contato do italiano com a sua área de trabalho?

R: Hoje me dedico, principalmente à área da Educação. Além do óbvio trabalho cotidiano de refletir a respeito de práticas educacionais envolvendo o ensino de língua italiana, tenho procurado desenvolver um trabalho na universidade que amplie, no contexto brasileiro, o conhecimento a respeito dos educadores italianos e das práticas de educação desenvolvidas e implementadas na Itália. Foi com esse intuito que, em 2014 traduzi o livro Pedagogias da Libertação de autoria de dois educadores italianos (Paolo Vittoria e Antonio Vigilante, o primeiro de Nápoles e o segundo de Foggia) a respeito de dois educadores brasileiros e dois italianos.  Atualmente desenvolvo a tradução de um livro a respeito do grande educador italiano Aldo Capitini (que, coincidentemente, foi professor da Università per Stranieri di Perugia).

D: Como é trabalhar com o italiano nas instituições educativas brasileiras? O que pediria para melhorar?

R: Existem algumas realidades diferentes, mas, como educador, acho que o italiano deve estar presente nas escolas. Precisamos, antes de qualquer trabalho com línguas estrangeiras que se queira ter sucesso no Brasil, ampliar a consciência da necessidade de uma atuação multilinguística na escola. O ensino de línguas estrangeiras na escola não pode ficar reduzido a três ou quatro. Se a educação é algo para a existência, precisamos dar escolhas de vida aos estudantes e uma boa parte dessas escolhas podem se relacionar a quais línguas estrangeiras eles decidam estudar.

D: Mencione, por favor, um dos autores de literatura italiana que você gosta mais e o livro que você, sem dúvida, gostaria de traduzir para o português.

R: Antes de eu mencionar os autores é importante que eu diga que a minha relação com a literatura é algo que não terminou em meu processo formativo. Continuo sendo leitor de literatura italiana e, em 2015, iniciei a minha carreira de escritor com o livro de poesia rarefeito. Há um livro de contos no prelo, intitulado Um amor pela editora Ibis Libris do Rio de Janeiro, que deve sair entre junho e julho de 2016. Ambos os trabalhos possuem fortes referências à Itália, obviamente.

Embora eu leia autores contemporâneos, os autores italianos que mais me chamam atenção ainda continuam sendo aqueles que nominamos de clássicos, mas citarei apenas dois autores modernos (del novecento italiano): a poesia de Eugenio Montale (seu poema “I limoni” de seu livro In Limine é um dos meus favoritos) e a prosa de Italo Calvino (eu recomendaria o seu belo livro Il Barone rampante (O Barão sobre as árvores), ao qual sempre retorno.

Gostaria de traduzir qualquer livro do Umberto Eco, mas outras pessoas (como o próprio Marco Lucchesi) já fizeram isso tão bem que, só de pensar na possibilidade, penso no peso da responsabilidade…

D: Pense na sua palavra italiana favorita!

R: Há muitas palavras italianas que me chamam atenção. Mas a minha favorita é “polenta”, simplesmente porque ela me remete à infância. Como a Madeleine do escritor Marcel Proust, ela me faz viajar a um tempo de tias e tios, primas e primas ao redor da refeição que espantava a fome de nosso pequeno, mas ainda sim, grandioso mundo.

Grat@s  William!

Lo staff de Partenope

Tristezza per favore vai via: storie brasiliane raccontate da Alberto Riva

“In nessun posto come in una quadra di samba-soprattutto quando la batteria di percussioni sta facendo girare al massimo i motori- vedrai i piedi di una donna esibire maggior orgoglio, maggior equilibrio sulla terra, maggior ostinazione e resistenza: nudi, appoggiati sul cemento, neri con le unghie smaltate di bianco, oppure bianchi con le unghie verniciate di nero, comunque tesi, vibranti, magnifici, eterni, instancabili. Niente, come i piedi di chi “cade” nel samba sembrano dirti: ecco, sei a Rio de Janeiro.”   Tristeza per favore vai via

A partire dalla straordinaria descrizione della follia collettiva del Carnevale, Alberto Riva , giornalista e scrittore italiano, ci racconta il suo viaggio affascinante e rivelatore nel cuore di Rio e del Brasile stesso, nella sua intensa vitalità, nelle grandi contraddizioni, nel miscuglio colorato di razze e culture. Un insieme di racconti testimoniati dalle parole di grandi musicisti e cantanti, artisti e architetti, calciatori e gente di strada, poeti e scrittori. Con passione e dettagli, mostra le infinite sfumature di una nazione straordinaria. L’intenzione è raccontare la memoria di un popolo che -attraverso storie, ricordi, segreti e aneddoti- ricorda un passato coloniale, le guerre, i colpi di stato, fino alla schiavitù e alla sua abolizione neanche troppo lontana. Un percorso a ritmo di samba e bossa nova, attraverso l’incontenibile e incantevole natura che  fa da sfondo  e che ancora oggi abbraccia il cuore di Rio de Janeiro. Parla anche della gastronomia carioca, vissuta come un irrinunciabile rito sociale, la mitologia del calcio celebrato come una vera religione nazionale nel tempio del Maracanã. Un viaggio nella cidade maravilhosa dove tutto riesce a convivere in maniera incredibilmente armonica: le colline verdi che ospitano le favelas – tra criminalità, droga e disperazione –, i vecchi grattacieli sul mare, le favolose spiagge di Ipanema e Copacabana, i locali alla moda e i botequins,  il divertimento sfrenato a Lapa e la saudade. E dove essere carioca non è una questione di nascita, ma di stile di vita: allegro, libero e aperto al mondo.

Informazioni sull’autore: Alberto Riva ha vissuto diversi anni in Brasile, Paese che continua a frequentare come giornalista e scrittore, collaborando, fra l’altro, con il Venerdì di «Repubblica» e «Linkiesta», o semplicemente affidando le sue note varie di cultura e attualità (non solo brasiliana) al blog L’Osservatore Carioca. Nel 2008, ha pubblicato un lungo reportage su Rio de Janeiro (Seguire i pappagalli fino alla fine, ilSaggiatore); nel 2011, è uscito Sete (Mondadori), romanzo la cui azione attraversa il Brasile in lungo e in largo. Sul Romanzo ha parlato un po’ del suo lavoro in un articolo dedicato a Oscar Niemeyer, curando in seguito l’edizione di Il mondo è ingiusto di Oscar Niemeyer (Mondadori, 2012) e insieme a Stefano Bollani ha scritto Parliamo di musica (Mondadori, 2013). Nel 2014 pubblica sempre con Il Saggiatore, Tristezza per favore vai via e nel 2015 presenta Il Samba di Scarlatti, romanzo giallo che racconta le vicende dell’ex poliziotto italiano Franco Scarlatti a Rio de Janeiro (Mondadori 2015).

Il Samba di Scarlatti

“Di fronte a lui balenavano le luci degli alberghi del lungomare. In certi momenti tentava di ritrovare l’impressione dei primi tempi, dei giorni in cui era arrivato qui. La luce, l’aria così diversa da quella italiana. era sicuro che esistesse un odore, un’atmosfera che è queñlla dei luoghi che visitiamo la prima volta. Pensiamo che queste cose siano vere. E invece non è cosi: è il nostro cuore che guarda, non i nostri occhi.” da Il Samba di Scarlatti

Ulteriori approfondimenti 

https://albertorivablog.wordpress.com/

Alberto Riva: intervista a uno scrittore tra Italia e Brasile

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/12/arriva-il-libreria-sete-romanzo-desordiodi-alberto-riva-dedicato-alloro-blu/117749/